Relazione introduttiva del progetto Eghemè tenuta presso
l’Associazione “FAMILIA” di Melissano

14 ottobre 2007

Il progetto che stiamo per presentarvi, Eghemè (dal greco: terra mia) si divide in due annualità, la prima delle quali, oggetto di questa presentazione, cercheremo di concludere prima dell’estate prossima. Fra le finalità principali di questo progetto non c’è solo quella di trascorrere delle giornate insieme per il piacere di farlo ma anche quella di arricchire il nostro bagaglio culturale in merito ad un argomento che dovrebbe essere a noi molto caro: l’identità salentina. Ognuno di noi, probabilmente, avrà pensato al suo “essere salentino” come a qualcosa di particolare e per certi versi unico Con questo progetto tenteremo di individuare almeno qualcuna delle nostre peculiarità, cercando di coglierne la relazione con un contesto storico. È senz’altro un obiettivo ambizioso, che probabilmente non riusciremo a soddisfare pienamente, ma già il fatto di interrogarci sull’argomento potrà essere un momento di crescita culturale e di rafforzamento delle nostre radici. Come vedete questa è la carta geografica della penisola salentina e quello segnato in rosso è l’itinerario che faremo nell’ambito del nostro progetto: sono 7 città o aree scelte non a caso; sono disposte in ordine cronologico non dalla data di fondazione della città, che per la maggior parte è incerta, ma in base al popolo dominatore che può aver contribuito a segnare in modo peculiare le popolazioni locali.Nel capitolo della storia salentina non poco ha contribuito l’ambiente fisico: gli ampi litorali di facile approdo per gli invasori, i confini terrestri quasi inesistenti, la mancanza assoluta di grandi altitudini che spesso hanno agevolato avvenimenti bellici. Ma iniziamo con la prima tappa.
Visiteremo dapprima il museo paleontologico di Maglie dove sono custodite, tra gli altri, le due “Veneri di Parabita”, statuine in osso rinvenute in una grotta adiacente la città che sono stata datate fra i 12000 e gli 11000 anni fa circa. Proseguiremo con la visita di alcuni dolmen e menhir prima di “approdare” a Porto Badisco. Porto Badisco, denominato anche Approdo di Enea perché la leggenda narra che sia stata la prima sponda toccata da Enea fuggendo da Troia, è un luogo importante dal punto di vista paesaggistico, idrologico, geologico ma soprattutto paleontologico in quanto, le Grotte dei cervi, ivi esistenti, sono denominate dagli storici “il santuario della preistoria”. In queste cavità naturali è stato scoperto un complesso di pitture parietali rupestri, datato grosso modo fra i 4500 e i 6000 anni a.C., il più importante d’Europa nel suo genere. Raffigurano scene di caccia, motivi cruciformi, disegni pettiniformi, figure umane stilizzate, il famoso stregone danzante e moltissime impronte di mani di bambini, forse un segno di iniziazione in un luogo considerato il ventre della terra, della propria terra che dà protezione e quindi sicurezza. Nell’XI sec. approdò dall’altra sponda dell’adriatico, precisamente dall’Illiria, un contingente che portò la propria lingua, le proprie consuetudini e un assetto territoriale talmente profondo da rimanere inalterato per secoli. Erano gli Iapigi, dai quali la Puglia prese la denominazione di Iapigia, divisa in Daunia (prov. di Foggia), Peucetia (prov. di Bari), Messapia (prov. di Lecce).
Messapi, che si stabilirono quindi in provincia di Lecce, un popolo dedito alla pastorizia e all’agricoltura, si trovarono di fronte un ambiente naturale difficile, nemico di qualsiasi pianificazione, in cui la quotidianità era improntata sul coraggio e sulla pazienza nei confronti di una terra che dava dei frutti semplici ottenuti solo con grande ostinazione. Brindisi ha vissuto la massima grandezza durante il periodo dell’ Impero Romano : nel 267 a.C. i romani si impadroniscono della città stabilendone una colonia e ne fecero il loro principale scalo commerciale e militare con l’Oriente: il porto divenne da allora uno dei principali dell’Italia. La città fu collegata alla capitale con la via Appia e la via Traiana. Vi costruirono templi, terme, l’anfiteatro, foro, caserme, accademie, la zecca e l’acquedotto. Il 19 settembre del 19 a.C. muore a Brindisi, dove scrisse alcuni versi dell’Eneide, nella sua casa nei pressi delle colonne del porto, il poeta Publio Virgilio Marone.
Cicerone giunge e soggiorna più volte nella città dove viene accolto amichevolmente. Brindisi, dunque, era luogo di passaggio e questo portò i suoi abitanti a tramutare quel naturale atteggiamento di fierezza, che quasi sconfinava nel sospetto verso il non conosciuto, in una dolcezza e ospitalità quasi accattivante. Otranto, la città più ad oriente d’Italia deve al mare il suo destino. Il suo porto è stato considerato un ponte ideale con l’est con il quale favorì traffici mercantili con i paesi del mediterraneo orientale. Per questo è definita la Bisanzio del salento. La laboriosità che ha contraddistinto il periodo di dominazione bizantina non era legata solo al mare ma anche all’entroterra di fronte al quale non si può rimanere insensibili: tipica è la campagna coltivata come un giardino terrazzato. Quindi laboriosità intesa come capacità di ricavare dal territorio circostante, in questo caso dalla terra e dal mare, ciò che può essere utile alla propria sopravvivenza.Nardò è il centro più popoloso della provincia dopo Lecce e il suo territorio è uno dei più vasti. Fu definita l’Atene delle lettere per l’azione svolta dai monaci greci i quali aprirono una famosa scuola scriptoria, cioè un laboratorio artistico il cui programma prevedeva la correzione e il miglioramento della grafia greca attraverso lo studio delle opere letterarie classiche.
Quando venne conquistata dai Normanni vide il sorgere di numerosi insediamenti benedettini. Questo popolo intendeva infatti incrementare i rapporti con la chiesa latina, proprio attraverso i benedettini per spezzare l’egemonia della chiesa greca. Tuttavia, i normanni rimasero affascinati dalla superiorità culturale bizantina e la favorirono non mostrando più gli iniziali pregiudizi verso i monasteri greci. La componente religiosa è sempre stata una presenza importante per le popolazioni del luogo tanto che la città antica vedeva la chiesa e poi il castello come gli elementi attorno ai quali si sviluppava. Non a caso, quindi, successivamente divenne, e ne è tuttora, sede vescovile.
C’era una volta una fanciulla dell’antica dinastia solare del Sibar di nome Lycia, chiamata così dal padre Idomeneo in memoria della patria d’origine, la Lycia.
Di lei se ne innamorarono tutti, perché ricordava arcaici miti orientali dedicati al sole.Di lei se ne innamorarono tutti, perché ricordava arcaici miti orientali dedicati al sole.Architetti, arredatori, scalpellini, fabbri tutti fecero a gara per abbellirla; nessuna decorazione, nessun ornamento era per gli artigiani un ostacolo. La stessa pietra, sulla quale gli scalpellini si sbizzarrivano in fantasiose incisioni si dimostrava docilmente arrendevole al delicato solletico degli scalpelli, una pietra locale calcarea, morbida e plasmabile. Ancora oggi il sole, sorgendo, sembra arrestare un momento il suo corso per contemplare estatico il meraviglioso spettacolo del quale esso stesso partecipa inconsapevolmente. Proclamata capoluogo della Puglia divenne sede di importanti organi amministrativi e giudiziari e questo diede un forte impulso all’edilizia. Sorsero accademie, ospedali, numerosissime chiese tra cui Santa Croce che avremo modo di visitare e contemplare durante la nostra visita. È questo il fenomeno del Barocco leccese. Durante il periodo di dominazione spagnola, Lecce fu eletta città secondogenita del regno, dopo Napoli e dimostrò piena fedeltà alla monarchia spagnola.